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giovedì 16 giugno 2016

Pocket Full Of Kryptonite - Spin Doctors (la recensione)

Torniamo a parlare un poco di musica? Ma si dai, perché no? Proviamo a riscoprire qualche disco: in questo caso, il primo successo degli Spin Doctors: Pocket Full Of Kryptonite.


Il Disco:
Questa volta torniamo un pò indietro nel tempo, precisamente, al 20 Agosto 1991. Come mai ci facciamo questo tuffo negli anni '90? Perché mio Padre è un assiduo ascoltatore di Radio Capital e parecchie volte il canale televisivo della radio ha mandato in onda il video della canzone; il primo singolo del disco, Two Princes, mi è tipo entrato in testa e non se ne è mai più andato, costringendomi a cercare l'album d'esordio della band per evitare che mi trapanasse il cervello, soddisfacendo la mia curiosità. Dopo il recupero, è proprio il caso di chiederselo: come è andata? Mah, c'è da dire che già gli Spin Doctors si presentano un pò male: sono state una di quelle band che con questo album ha raggiunto immediatamente le più alte vette delle classifiche grazie ai singoli Two Princes e Little Miss Can't Be Wrong (sopratutto grazie al primo), spodestando anche i più grandi successi del più in voga genere dell'epoca, i grunge e i suoi malvagi rappresentati (Stone Temple Pilots esclusi). Successivamente, non è che abbia azzeccato poi così tanti altri dischi, sopratutto a causa dell'abbandono del chitarrista solista, che era il perno della band nonché principale compositore di tutte le parti ritmiche dei brani; e già di per sé, si presentano come un fuoco di paglia dalle note acide e retro.

Quindi, in sostanza, Pocket Full Of Kryptonite è un'alternative rock molto allegro, con forti riff e melodie orecchiabili che si ricollegavano al grunge, ma che avevano una solida base blues rock con un pizzico di funky. Nonostante ciò, ci sono due problemi, uno legato all'album in sé, e uno al contesto in cui scrivo; il primo problema è che i veri capisaldi dell'album sono i singoli rilasciati dalla band, per il resto il disco ricorda molto un groove alla Greatful Dead con un filo di autoironia; il secondo problema, è che questo album è proprio figlio del suo tempo e, nel periodo in cui scrivo, mostra gli anni sul groppone, dando la prova che è invecchiato malissimo. E' vero: se una cosa è fatta bene, la sua bellezza rimane intatta anche dopo anni, giustissimo. Ma qui parliamo d'un insieme di brani fatti in grazia di Odino, se invece si presentano già fatti in una qualche maniera all'epoca di esordio? Se giù l'album in sé si presenta come degli accompagnamenti non troppo brillanti per contornare semplicemente il singolo? Va a finire che 23 anni dopo suona letteralmente vecchio, lasciando trasparire i primi segni di certe vaccate che oggi sono all'ordine del giorno nell'industria musicale, come la produzione di un disco dai tratti riempitivi, creato solo per contenere i singoli. Se poi non si è grandi fan del grunge, allora l'ascolto può risultare addirittura noioso e logorante.

Conclusioni:
In sostanza, è un buon prodotto d'accompagnamento, da ascoltare mentre stai facendo qualcosa e senti il bisogno di un sottofondo musicale; su questo, l'album è perfetto. Assolutamente da premiare la chitarra dalla distorsione acida con influenze Southern Rock del chitarrista che da carattere ad ogni pezzo e mescola un pochino le carte in tavola ad un album che ha aveva già da dire poco all'epoca, figuriamoci adesso.

Tracce:


- Symo

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